Sette consigli per un insilato di mais di qualità
La trinciatura del mais è una lavorazione tanto spettacolare per noi appassionati di meccanizzazione agricola quanto importante per tutte quelle aziende che hanno la necessità di portare a casa un prodotto di qualità. L’insilato di mais rappresenta una parte fondamentale dell’alimentazione dei ruminanti. Un alimento chiave, soprattutto nella razione dei bovini da latte, grazie al suo valore energetico, all’apporto di fibra e alla facilità di conservazione. In questo articolo vediamo sette consigli per ottenere un insilato di mais perfetto.
Piccolo disclaimer: questi consigli sono puramente teorici e magari lontani dalle reali casistiche presenti nelle singole aziende agricole.

Numero 1: tempistiche
Trinciare al momento giusto è cruciale. L’ideale sarebbe entrare in campo quando la sostanza secca della pianta si aggira intorno al 32-35%. Per misurare questo parametro ci sono varie soluzioni.
È possibile utilizzare una stufa da laboratorio. Basta prendere un campione rappresentativo di sostanza, pesarlo e metterlo in stufa a 105°C in modo da far evaporare l’acqua. Successivamente, è possibile calcolare la % di acqua (e quindi per differenza la % di sostanza secca) utilizzando il peso umido e il peso secco, ovvero il peso del campione prima di essere messo in stufa e appena tirato fuori dalla stufa, utilizzando la seguente formula:
Umidità = [(peso iniziale – peso secco) / peso iniziale] * 100
È possibile anche misurare l’umidità di una biomassa utilizzando un sensore NIR, ovvero un sensore che utilizzando la spettroscopia NIR è in grado di restituire parametri come amido, zuccheri, fibra e anche umidità di una biomassa. Sono sensori spesso equipaggiati su trince semoventi o mietitrebbiatrici in modo da misurare in tempo reale la qualità del prodotto, ma esistono anche sensori portatili, sicuramente più comodi se si vuole capire l’umidità di un prodotto ancora in campo prima della raccolta. Anche in questo caso bisognerà prendere un campione rappresentativo, trinciarlo e utilizzare il NIR per misurarne l’umidità.
Il terzo metodo è meno preciso ma sicuramente più veloce. Consiste nel prendere una spiga di mais e spezzarla a metà; osservando le cariossidi, se la linea latteo-cerosa si trova a metà cariosside, ovvero la cariosside a metà bianca e metà gialla-arancione, allora il mais è pronto per essere trinciato.

Numero 2: lunghezza di taglio
La lunghezza di taglio, ovvero la lunghezza dei pezzettini di trinciato, è un parametro fondamentale per ottenere un trinciato di qualità. A parità di coltura, essa dipende da due fattori: umidità e destinazione del prodotto. Più un prodotto è secco, più si disporrà in modo irregolare in trincea e quindi potranno crearsi delle zone in cui rimane intrappolato ossigeno, sfavorendo l’anaerobiosi (condizione necessaria per le fermentazioni che abbasseranno il pH della biomassa permettendone la conservazione). Quindi, se il prodotto tende ad essere secco, occorre diminuire la lunghezza di taglio. In caso contrario, all’aumentare dell’umidità è possibile aumentare la lunghezza di taglio in quanto in fase di riempimento della trincea i singoli pezzettini di trinciato saranno compattati meglio.
Anche la destinazione d’uso gioca un ruolo importante. Un mais destinato agli impianti di biogas deve essere trinciato più fine per favorire l’azione dei matteri metanogeni. Al contrario, un mais per alimentazione dei ruminanti può essere trinciato con lunghezze maggiori per favorire l’attività ruminale.
Nella tabella sottostante, tratta da un articolo pubblicato sull’Informatore Zootecnico n10/2023, il Forage Team di Torino indica le lunghezze di taglio consigliate per alcune colture.
Numero 3: altezza di taglio
La letteratura non ha dubbi nel suggerire un’altezza di taglio da terra di almeno 40 centimetri e i motivi sono tre: evitare la contaminazione del prodotto da terra o batteri presenti sul suolo; evitare le zone più lignificate della pianta e quindi inutili al fine nutrizionale; evitare le zone in cui si accumulano i nitrati qualora la pianta entri in stress.
Numero 4: rompere la granella
L’utilizzo del rompigranella (o corn cracker) favorisce la fuoriuscita di amido dalle cariossidi a beneficio dei processi fermentativi. Questo porta a benefici anche in termini di digeribilità dell’alimento.

Numero 5: compattamento della trincea
Il compattamento della trincea dev’essere rapido ma allo stesso tempo preciso. Non bisogna avere fretta nel chiudere la trincea, ma prestare molta attenzione ed evitare bolle d’aria sotto ai teli. Una trincea andrebbe riempita in uno o massimo due giorni, e nel caso di riempimento in più giorni andrebbe coperta durante la sosta.
Numero 6: copertura della trincea
La letteratura consiglia di coprire la trincea con teli spessi almeno cinque millimetri facendo molta attenzione a far aderire bene il telo alla biomassa, senza creare sacche d’aria o avvallamenti dove potrebbe stagnare l’acqua. Per quando riguarda la zavorratura, la letteratura consiglia di applicare un peso di almeno cento chilogrammi per metro quadro.
Numero 7: desilamento
È consigliabile organizzare le proprie trincee in modo da avere un fronte di desilamento di almeno 15 centimetri in inverno e 25 in estate. Questo perché i primi centimetri di fronte tendono a ossidarsi e quindi perdere di qualità. Garantendo un fronte di desilamento giornaliero abbastanza spesso, è possibile fornire agli animali prodotto ben conservato e non solo quello ossidato presente nei primi centimetri.
