Tra tutte le specie vegetali coltivate in Italia, il riso è sicuramente una di quelle più particolari.
Una coltura che ha bisogno di un ambiente di crescita diverso dal solito e di conseguenza lavorazioni diverse da quelle che normalmente vengono eseguite per preparare il letto di semina, per esempio, per il mais o per il grano.
Il riso si può seminare sia con risaia allagata che con risaia asciutta, ma oggi ci concentriamo sul metodo tradizionale, quindi semina in acqua.
Come prima cosa si esegue un’aratura: in questo modo è possibile interrare i residui dell’annata precedente, decompattare il suolo e creare porosità.

In alternativa all’aratura, è possibile procedere con una minima lavorazione anche se, quantomeno nelle mie parti, sono davvero poche le aziende che procedono con questo tipo di lavorazione, anche perché la creazione della suola di aratura, che normalmente è vista come una cosa negativa, nella risicoltura ha i suoi lati positivi dal momento che contribuisce ad aumentare la tenuta della camera di risaia, diminuendo il consumo idrico (punto critico nella coltivazione del riso).
Dopo l’aratura arriva la prima grande differenza rispetto alle classiche colture da pieno campo, ovvero la livellatura che viene eseguita ogni anno.

In questa lavorazione viene utilizzata una livella laser che si alza e si abbassa in modo automatico grazie ad un segnale laser mandato dal cavalletto, che ha il compito di segnare il piano di campagna e mantenerlo costante in tutta la risaia. Questa operazione è abbastanza impegnativa sia in termine di tempo che di costi, ma è fondamentale per garantire una successiva distribuzione dell’acqua omogenea.
Nel caso della semina in sommersione, segue la lisciatura, eseguita da un attrezzo il cui nome varia molto da zona a zona, dalle mie parti (Novara) si chiama liscia o liscione.

Questa lavorazione si esegue con la risaia allagata e ha due obiettivi: il primo è quello di creare uno strato di fango omogeneo in modo da massimizzare l’efficacia della semina e aumentare la tenuta della risaia, utilizzando quindi meno acqua nelle fasi successive. In secondo luogo, la liscia serve per creare dei piccoli solchi, come puoi vedere dalla foto, nella quale verrà adagiato il seme che sarà quindi protetto, garantendo una migliore germinazione.
Per fare un buon lavoro, visto che la risaia è allagata e quindi non è possibile vedere le passate, sarebbe meglio utilizzare un trattore dotato quantomeno di guida assistita.
È arrivato il momento della semina, che viene effettuata utilizzando uno spandiconcime centrifugo.

Anche qui sarebbe meglio avere un trattore con guida quantomeno assistita al fine di evitare sovrapposizioni eccessive. In questo modo è possibile impostare una larghezza di lavoro leggermente inferiore in modo da avere una piccola sovrapposizione nelle zone più lontane dallo spandiconcime.
Dopo la semina bisogna solo eseguire le classiche lavorazioni post semina come trattamenti e concimazioni, che nel caso del riso sono almeno due.

Passata l’estate è arrivato il momento della trebbiatura, che si esegue con macchine cingolate per evitare di rimanere bloccati nel fango.

Il prodotto viene prima scaricato nei rimorchi e poi portato all’essiccatoio, dove l’umidità della granella scende fino a livelli ottimi per la conservazione, scongiurando quindi l’attacco di muffe.
Dall’essiccatoio poi il riso verrà portato negli impianti di lavorazione, dove seguirà una serie di passaggi fino ad arrivare al riso che vediamo nei supermercati.
Questa è la coltivazione del riso al giorno d’oggi. Facciamo però un passo indietro, anzi, un gran passo indietro fino al 1400 circa, anni in cui i monaci cistercensi dell’abbazia di Lucedio, in provincia di Vercelli, iniziarono a coltivare il riso per la prima volta in Italia. Nel 1500 le risaie solo in Lombardia coprivano un’area di 5500 ettari, che diventeranno 50.000 solo mezzo secolo più tardi. Il vero boom della coltivazione del riso si ha solamente a seguito dello scavo del canale Cavour nel 1866 dove gli ettari coltivati a riso divennero 230.000. Da lì alti e bassi, ad oggi per esempio siamo intorno a 210.000 ettari.
Quello che è cambiato nel tempo è come il riso viene coltivato.
Se al giorno d’oggi gli agricoltori possono contare su trattori all’avanguardia, attrezzature specifiche e tutto sommato un ottimo comfort, un tempo tutto questo non esisteva e la parola d’ordine era una sola: fatica.
Fatica che però non sempre spettava all’imprenditore, e qui entrano in gioco le mondine. Un personaggio iconico, la chiave del successo del riso, perché senza di loro l’azienda non andava avanti.
Lavoravano spesso in condizioni pessime, immerse nelle risaie allagate, con piedi e mani nell’acqua per svolgere il loro lavoro. E la loro giornata lavorativa era lunga, lunga e straziante, come testimoniano i canti che spesso intonavano durante il lavoro.
Ma cosa facevano nello specifico le mondine?
Principalmente avevano due compiti: come prima cosa trapiantavano il riso. Il trapianto veniva eseguito in quei punti dove il riso non era nato, o dove il trattore non era potuto passare.
L’azienda agricola solitamente aveva un appezzamento adibito a vivaio, seminato con una densità maggiore rispetto agli altri campi. Dal vivaio poi venivano prelevate le piante e trapiantate nel resto dell’azienda. Le mondine, quindi, preparavano a bordo campo i mazzetti di riso e camminando all’indietro trapiantavano facendo prima un buco nel fango utilizzando le dita e poi mettendo a dimora la pianta.
Finito il trapianto era tempo di mondare, ovvero eliminare tutte le infestanti che con la loro crescita possono disturbare il riso, competendo per spazio e nutrienti.
La monda del riso è famosa per essere una delle lavorazioni più dure e strazianti. Le mondine passavano intere giornate immerse fino alle ginocchia nell’acqua e nel fango, sotto il sole cocente dei mesi estivi, in mezzo alle zanzare.
E come se non bastasse, il lavoro delle donne veniva pagato di meno rispetto a quello maschile. Le prime proteste per ottenere condizioni di lavoro migliori comparvero nei primi decenni del 900. Famosa la canzone che recitava “se otto ore son troppo poche provate voi a lavorare, e troverete la differenza di lavorare e comandare”.
Al giorno d’oggi tutto questo è stato sostituito dalle lavorazioni meccaniche, anche se, almeno nelle mie zone, ogni tanto capita di vedere persone che mondano il riso.
